La cognizione del dolore nelle “tele della memoria” di Davide De Filippo

Sei tele d’autore quelle di Davide De Filippo contestualizzate nel bel Museo Manzù di Ardea (che Dio ce lo conservi!), sotto l’ala protettiva della Dott.ssa Marcella Cossu -per il Museo- ed organizzativa di Fabio D’Achille -per il MAD- alla chiusura della Settimana della Cultura. Altre due tele dell’artista sono state installate, per l’inaugurazione della settimana, al Museo Cambellotti di Latina in sintonia col Direttore della Pinacoteca Prof. Scozzarella.

Il tema è doppiamente tragico essendo ispirate rispettivamente ai campi di sterminio (De Filippo le ha create pensando alla Giornata della Memoria) e all’ “Agamennone” di Eschilo. Le sei tele grondano sangue e rabbia. Urla soffocate o laceranti si propagano con espressionistica violenza dominata, però, da una sofferta riflessione sulla cognizione del dolore. In una di esse, la più piccola, isolata come un quadro -non casualmente è sistemata su un pannello, a mo’ di logo- si intravvede la scritta “Hier keine ist Warum” (Qui non c’è un perché, inutile chiedersi perché), frase che Primo Levi ricorda di aver sentito da uno dei criminali nazisti a proposito degli stermini. Nella tela al centro della sala, dall’enorme macchia rossa traspare un enigmatico braccio con il famigerato marchio; in quella di destra incombono fantasmatiche larve soffocate da un denso grumo rosso con pause di bianco: l’artista le ha sentite come un gruppo di deportati. In un’altra predomina il bianco, violentato da una “strisciata” di lava rossa che trascina il nome di Carl Schumann, una della migliaia di vittime incenerite nei forni.

Il discorso prosegue con “Peur d’aimer”, che suona come un appello alla pietà, alla tregua quasi il dolore si sospenda per un attimo. Ma riesplode nell’urlo straziante di una figura-sfigurata di donna sulla tela cosparsa di chiazze di sangue, solcata da lingue rosso-fuoco, segnata rabbiosamente dalla scritta Auschwitz. Singolarmente o complessivamente le tele potrebbero essere i fondali per i sanguinosi drammi del teatro elisabettiano (Marlowe, Ford ), dove non contavano tanto il testo quanto le scene, il colore e i costumi, e quindi il gesto, il movimento. Un teatro da vedere più che da ascoltare. Gesto e movimento che nella pittura astratta -e umanissima- di De Filippo si risolvono nel cromatismo e dinamismo della composizione. “Apocalipsis cum figuris” potrebbe essere il titolo onnicomprensivo di queste tele dell’orrore e insieme della memoria, lo stesso del mitico spettacolo di Grotowskij, uno dei padri del teatro cosiddetto sperimentale, anch’esso astratto, emotivamente coinvolgente. Nell’apocalisse infernale creato da De Filippo si indovinano i resti di relitti umani (un braccio, ossa, contorni ), sagome trasfigurate dallo strazio, ricomposte dalla pietas dell’artista per essere consegnate alla pietà dei giusti.

La figura umana si riduce ad una astrazione, ad un elemento da decifrare come una macchia; da leggersi nel rapporto luce-spazio, colore-forma. Nella grande sala museale le opere corrispondono in maniera sorprendente alle tonalità del bianco e del grigio delle pareti e dei pannelli, al brunito delle sculture dei papi e cardinali, all’antracite di altre sculture. Si respira un’atmosfera sacra, la sacralità della vita e della morte. Il culto sacro della memoria che i grandi “sudari”di De Filippo eleggono a testimone di una follia assassina, che grida ancora vendetta davanti a Dio e agli uomini.

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