Latina: nonostante i proclami e le promesse, resta il rischio nucleare

Allora è fatta: Latina – così dicono – si appresta a uscire definitivamente dal nucleare. E’ un annuncio ricorrente. Cinque mesi fa, in marzo, lo ha fatto la commissione dei capigruppo consiliari, dopo aver “ispezionato” la vecchia centrale in fase di smantellamento. Questa volta ne ha parlato direttamente Giuseppe Nucci, amministratore della Sogin, la società che si sta occupando del decommissioning. Lo ha fatto in un incontro convocato proprio nel sito del Sabotino. E il sindaco di Latina, Giovanni Di Giorgi, gli ha fatto eco, sostenendo che l’abbattimento di questa struttura è “il primo passo decisivo per restituire alla città e alla fruizione pubblica un pezzo importante di territorio”.

Fruizione pubblica? Nel senso che Latina, la comunità pontina, potrà disporre della vasta area asservita al complesso atomico fin dagli anni 960? Ha tutta l’aria di una promessa a vuoto, l’ennesima sul complesso del Sabotino. Come, del resto, appare priva di senso l’idea che Latina stia uscendo per sempre dal nucleare. Nell’incontro di qualche giorno fa ci si è premurati di assicurare che la Sogin, in linea con i programmi presentati, completerà la bonifica del sito entro il 2021, insistendo molto sulla demolizione dell’edificio turbine. Solo che, più che di una demolizione, si tratta in realtà di un abbassamento di 20 metri (dagli attuali 50 si passerà a 30) dell’edificio che ospitava il reattore, con lo smantellamento di tutte le infrastrutture. E, all’interno, resterà sempre la grafite ad alta radioattività che serviva ad alimentare la reazione atomica. Il punto è proprio qui. Anzi, i punti sono due: la permanenza della grafite nel sito e la presenza del deposito per le altre scorie e i cosiddetti “rifiuti” radioattivi derivanti dal decommissioning. Ma di questo aspetto, che è quello fondamentale, non si è parlato. O meglio, Nucci in parte lo ha detto. “Stiamo vagliando la possibilità di smantellare anche la grafite, ciò che resta del reattore”, ha dichiarato. E tutti si sono attaccati a queste parole, sognando già, magari, un grande parco verde in riva al mare al posto dell’enorme casermone attuale, alto 50 metri. Nessuno si è soffermato sulla realtà vera, sottolineata dallo stesso Nucci, quando ha aggiunto: “Questo smantellamento della grafite, però, sarà possibile solo a patto che venga realizzato il deposito nazionale di scorie”.

E qui casca il grande castello di carte costruito dal sindaco, dai suoi assessori, da tutti i gruppi consiliari, da quasi tutta la stampa locale. Del bunker nazionale per i rifiuti radioattivi si discute da decenni. Senza risultato. Secondo gli ultimi progetti doveva essere pronto nel 2008. Sono passati altri quattro anni e nessuno ne parla più. Ad oggi, agosto 2012, non si è riusciti neanche a trovare un accordo sul luogo: occorre un sito profondo, scavato nella roccia, qualcosa come un pozzo o una galleria, non a contatto con falde acquifere. Ed occorre trovare il consenso o, comunque, una forma di accordo, con la popolazione che vive nei dintorni. Ma, ammesso che si riesca a trovare un’intesa almeno su questo, scegliendo finalmente il posto, i tempi di costruzione e messa in sicurezza, come dimostra l’esempio degli Stati Uniti, sono lunghissimi, almeno un decennio. Senza contare che le spese di realizzazione e gestione si prospettano enormi, molto difficili da finanziare, specie in tempi di crisi come questo che sta vivendo l’Italia. Ovvero: il deposito nazionale rischia di non vedere mai la luce. Di conseguenza, la grafite del reattore del Sabotino resterà lì chissà fino a quando: che il “casermone” dove è custodita sia alto 30 anziché 50 metri non fa differenza. E, allo stesso modo, rischia di diventare “eterno” anche il deposito “provvisorio” per le scorie a bassa e media radioattività realizzato presso la vecchia centrale.

Ecco i problemi veri al Sabotino. Ma nell’incontro di qualche giorno fa non se ne è parlato. Come non se ne era neanche accennato in occasione dell’ispezione dei capigruppo consiliari di Latina lo scorso mese di marzo. Un silenzio strano: autorizza il sospetto che nasca non da una forma di “distrazione” ma da una precisa volontà di “silenziamento” sul fatto che Latina dovrà continuare a convivere con il nucleare. Con problemi enormi, anche se sottaciuti. Anzi, forse sottaciuti proprio perché sono enormi. Sorprende, ad esempio, che si continui a non sapere praticamente nulla del piano di sicurezza in caso di incidenti, sabotaggi o attentati nell’edificio del reattore con la grafite o nel deposito “provvisorio”. Un’ipotesi tutt’altro che remota. Lo scorso anno, in Europa, ci sono stati almeno due incidenti, uno in Francia e uno in Belgio, in depositi simili a quello del Sabotino, anche se, in entrambi i casi, si trattava di strutture dove è previsto anche il trattamento dei rifiuti, cosa che a Latina, almeno per ora, è esclusa. E sempre in Francia, nell’impianto di Le Hague, in Normandia, si è stabilito di potenziare le misure di sicurezza e controllo, anche su pressione della popolazione locale, contro eventuali azioni di terroristi. A Latina, tutto tace. Il sindaco Di Giorgi ha assicurato più volte che un piano di sicurezza c’è, custodito dalla Prefettura. E’ ovvio che ci sia: non c’è chi lo metta in dubbio. Solo che in città non se ne sa niente: nessuno sa come comportarsi e cosa fare in caso di emergenza, grande o piccola che sia. Non sono mai state fatte prove od esercitazioni. Non si sa neanche come e quando verrà eventualmente avvertita la popolazione in caso di pericolo. E, allora, quel piano non serve a nulla: è come non averlo. Ma non uno straccio di consigliere comunale si è sentito in dovere di sollevare la questione.

Lo stesso vale per il laboratorio “speciale” dell’Arpa incaricato di verificare i livelli di radioattività nella zona intorno alla centrale, operando a prescindere dai rilevamenti condotti dalla Sogin. Non risulta che sia mai stato attivato ma, ammesso che sia già operativo, non si ha traccia di rapporti sistematici comunicati alla popolazione. E poi, le indagini epidemiologiche intorno al sito, per fasce concentriche via via più distanti, come si fa ad esempio in Germania, per monitorare non solo le conseguenze di incidenti “conclamati”, ma gli effetti sulla salute di eventuali rilasci quotidiani di radioattività o di “fughe” occasionali senza “traumi” apparenti all’esterno degli impianti. Si è parlato più volte di affidare un’indagine di questo genere a un osservatorio collegato al Dipartimento di prevenzione della Asl. Ma vale lo stesso discorso del laboratorio Arpa: non risulta che sia mai stato fatto nulla o comunque – se esistono – non sono mai stati resi noti rapporti ufficiali alla città. Alla gente del Sabotino, di Latina e degli altri comuni limitrofi.

Allora, altroché “passo decisivo per la fruizione pubblica” del vecchio sito nucleare. Oltre tutto, intorno al deposito e, ancora di più, intorno all’edificio con la grafite, è prevista per legge una fascia di sicurezza totale, un cerchio di 800 metri di raggio dove è vietato qualsiasi intervento e dove, anzi, non si può mettere piede. E nessuno potrà prescindere da questa area militarizzata finché deposito e grafite radioattiva resteranno al Sabotino. Forse di tutto questo, dunque, si dovrebbe preoccupare il Comune. Ancora una volta, invece, è prevalso un vuoto trionfalismo che sa di “silenziamento”. Da parte delle “autorità nucleari”, inclusa la Sogin, non sorprende. In Italia è sempre stato così, in contrasto con le leggi europee che comandano la massima informazione e il massimo coinvolgimento della popolazione locale. E’ accaduto anche un mese fa a Trino Vercellese, dove solo per caso i sindaci piemontesi, i coordinamenti antinucleare e gli ambientalisti sono venuti a sapere di un nuovo, pericoloso trasporto in treno, attraverso i loro territori e le loro città, di barre di uranio esauste, da sottoporre a vetrificazione nell’impianto di Le Hague. E la protesta è esplosa immediata, facendo di quel treno un caso nazionale.

Ma a Latina nessuno protesta. Anzi, nessuno si pone neanche il problema. Al contrario dei sindaci piemontesi, che da sempre chiedono trasparenza e certezze sulla centrale di Trino, sul deposito di Saluggia e sul trasporto delle barre di uranio, i politici pontini si sono da sempre chiusi la bocca da soli. Molti, finora, hanno protestato di  più contro il Parco del Circeo e il suo nuovo piano di gestione che contro i rischi e le pesanti servitù poste dalla presenza nucleare al Sabotino. Oppure sono semplicemente “assenti”,  presi da altri affari. Tutti i politici. Anche quelli di opposizione.

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