Paradiso? No grazie. Meglio l’ibernazione

Chi l’ha detto che la vita oltre la morte sia migliore del presente? Devono aver pensato questo alcuni milionari statunitensi quando hanno deciso di farsi ibernare in una vasca di idrogeno liquido. Perché? Che domande! Per essere “resuscitati” tra qualche secolo grazie ai progressi della medicina! Alla faccia delle previsioni apocalittiche, sembra infatti che i decrepiti ricconi in questione non solo vogliano continuare a campare, ma siano intenzionati a conservare le loro fortune terrene. D’altra parte per chi gode del paradiso in Terra che interesse può avere quello dell’aldilà (ammesso che esista)?

La notizia, che sembrerà ai più del tutto campata in aria, in realtà ha dei fondamenti scientifici. Non a caso è stata ripresa anche da testate di rilievo come il Wall Street Journal ed il Corriere della Sera. Secondo i due giornali, è in crescita sia il numero di milionari interessati all’ibernazione, sia la tendenza a fare auto-testamento, sperando che un domani si possa “risorgere”. Dalla serie: la realtà supera l’immaginazione. Già, perché di realtà si tratta. Il Wall Street Journal, in un articolo di qualche anno fa, citava una decina di casi: da Don Laughlin, 75 anni, proprietario di un casinò nel Nevada, che si è lasciato 5 milioni di dollari, al 63enne Ken Weis, fondatore della Rsa security a Wall Street, che si è assegnato in trust su un conto svizzero una somma enorme. Lo stesso giornale riportava che, presso due centri medici (l’ Istituto cryonico del Michigan – cryonics e la fondazione Alcor in Arizona), sono già in ibernazione 142 defunti. Anche in Russia, nella clinica KrioRus di Mosca, pare che si stia sperimentando un sistema per la conservazione dei corpi.

Ma come si può arrestare il naturale processo di decomposizione? In linea di massima si procede drenando il sangue e abbassando sensibilmente la temperatura del paziente così da conservare più o meno intatti tessuti ed organi. Tra l’altro una tecnica simile viene già applicata per interventi chirurgici a cuore fermo. Uno dei massimi esperti in questo campo è John Elefteriades, chirurgo dell’Università di Yale, che opera i suoi pazienti rimuovendo il sangue e provocando un abbassamento della temperatura a 18 gradi così da consentire l’arresto del battito cardiaco per 35 minuti senza danni. “E’ evidente la necessità di ridefinire il concetto di morte - ha dichiarato in un’intervista andata in onda durante il programma Voyager di Rai2 - Tradizionalmente la morte è considerata la situazione in cui non c’è circolazione, non c’è pressione sanguigna, non c’è attività cardiaca e non c’è attività cerebrale. Tuttavia noi, nella sala operatoria, incontriamo tutti questi criteri. Non sei morto finché non sei morto caldo! In altre parole, se non hai questi segni vitali, ma sei freddo a sufficienza, sei recuperabile”.

Quanto c’è di vero? Ai posteri – è proprio il caso di dirlo – l’ardua sentenza.

B.A.

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